Armentos – Luigi Marielli

La canzone è in lingua sarda, come molte dei pezzi dei Tazenda.

Armentos
Caminende canos
In sa pastura ‘e Deus
Coro meu

Ammentos
Artziende lestros
In su monte ‘e su tempus
Coro meu

Oh, oh, oh
Bella sa die
Cando tue as a torrare
Bellu at a essere s’amore nostru

Momentos
Morighende lentos
In sa memoria mea
Durche coro meu

Oh, oh, oh
Bella sa die
Cando tue as a torrare
Bellu at a essere s’amore nostru

Oh, oh
Su ‘entu chi brujat s’iberru
Mi fachet male


Traduzione in italiano

Greggi
Camminano bianche
Nel pascolo di Dio
Cuore mio

Ricordi
Salgono veloci
Nella montagna del tempo
Cuore mio

Oh, oh, oh
Bello il giorno
Quando tu ritornerai
Bello sarà il nostro amore

Momenti
Si rimestano lenti
Nella mia memoria
Dolce cuore mio

Oh, oh, oh
Bello il giorno
Quando tu ritornerai
Bello sarà il nostro amore

Oh, oh
Il vento che brucia l’inverno
Mi fa male

Charles Bukowsky – Una calibro 9 per pagare l’affitto

Duke aveva una figlia, la chiamavano Lala, 4 anni. Figlia unica. C’era stato sempre attento, a non far figli, perché aveva paura di morire ammazzato prima o poi, però adesso stravedeva per lei, la bambina era fonte di gioia: sapeva tutto quello che a lui passava per la testa, c’era un filo diretto fra lui e la bambina.
Erano al supermarket una sera, Duke e Lala, e parlavano di questo e di quello, come veniva. Discorrevano d’ogni sorta di cose e Lala gli diceva tutto quello che sapeva e sapeva un sacco di cose, per istinto, mentre Duke non sapeva tante cose, lui no, ma però le diceva tutto quello che poteva, e funzionava. Erano felici insieme.
“cos’è quello?” domandò Lala.
“una noce di cocco.”
“cosa c’è dentro?”
“latte e polpa, roba che si mangia.”
“e perché sta lì dentro?”
“perché ci sta bene, dentro al  guscio, e la polpa dice al latte: ma come si sta bene, veh, qui dentro a questa scorza.”
“e perché ci stanno bene?”
“perché chiunque ci starebbe bene. Pure io.”
“non è vero. Mica potresti guidare la macchina da lì dentro. Neanche mi vedresti a me da dentro a quell’affare, non potresti neanche mangiare le uova alla pancetta, lì dentro.”
“le uova alla pancetta non sono mica tutto.”
“e che cos’è tutto?”
“non lo so. Forse il didentro del sole, spento e solidificato.”
“il DIDENTRO del sole…? Solidificato?”
“già.”
“e com’è che sarebbe il didentro, del sole, se si solidificasse?”
“ecco, il sole è una palla di fuoco. Chissà se gli scienziati sarebbero d’accordo con me, ma io credo che sarebbe una cosa così.”
E Duke agguantò una per avocado.
“uhau!”
“sì sì, ecco cos’è una pera avocado: sole solido. Uno mangia questo sole e si riscalda il sangue.”
“c’è il sole nella birra che bevi tu?”
“oh sì sì.”
“e c’è il sole nel didentro di me?”
“più che dentro qualunque altra persona.”
“e io penso che tu ci hai un GRANDE SOLE  dentro di te.”
Seguitarono il giro del mercato. Duke non sceglieva niente. Era Lala che gettava nel cestino tutto quello che le pareva. Anche roba non da mangiare: una palla, dei pastelli, una pistola di latta. Un astronauta col paracadute che gli si apriva quando lo lanciavi in aria. Lo guardò con severo cipiglio. Poveretta: la sua faccia era stata scavata e svuotata. Un orrore a vedersi. E lei neanche lo sapeva.
“ciao piccolina,” disse la cassiera. Lala non le rispose. Duke non la sollecitò. Pagarono, si diressero verso la loro auto.
“si pigliano i soldi nostri,” disse Lala.
“si.”
“e poi a te ti tocca andare a lavorare di notte per fare altri soldi, non mi piace che vai fuori da casa alla sera. Voglio giocare con te a madre e figlio. Io ero la mamma, tu eri il bambino.”
“e va bene. Facciamolo adesso. Io il bambino. Che c’è, mamma?”
“bene. Dì, bambino, sai guidare?”
“ci proverò.”
Partirono. Erano in auto, quando un figlio di puttana all’improvviso accelerò e a momenti li tamponava, mentre facevano una svolta a sinistra.
“ma, bambino, perché la gente cerca di darci contro?”
“vedi, mamma, è perché sono infelici. E la gente infelice ci ha voglia di sfasciare le cose.”
“non ci sono persone felici?”
“ce n’è tante che fanno finta di essere felici.”
“perché?”
“perché si vergognano e hanno paura di confessare che non sono felici.”
“tu hai paura?”
“io ci ho solo il coraggio di confessarlo a te… ho tanta paura mamma, ho paura di morire da un momento all’altro.”
“vuoi il biberon, bambino?”
“si, mamma, ma quando arriviamo a casa.”
Più oltre, svoltarono a destra per Normandie Street. È più difficile che ti tamponino quando svolti a destra.
“devi andare a lavorare, stasera, bambino?”
“si, mamma.”
“ma perché lavori di notte?”
“perché è buio e la gente non mi vede.”
“perché non vuoi farti vedere?”
“perché se mi vedono mi prendono e mi mettono in prigione.”
“che cos’è la prigione?”
“tutto quanto è la prigione.”
“io no, io NON sono la prigione.”
Parcheggiarono, entrarono in casa con le sporte.
“mamma!” disse Lala. “abbiamo fatto la spesa. Soli solidi, astronauti, un sacco di roba!”
La mamma (la chiamavano “Mag) la mamma disse: “brava brava.”
Poi a Duke: “accidenti, vorrei che non uscissi, stasera. C’ho un brutto presentimento. Resta a casa, Duke.”
“tu hai un brutto presentimento, stella? Embè, io ce l’ho ogni volta. Fa parte del mestiere no. No, non posso darti retta. Siamo al verde. La signorina ha fatto un sacco di compere, dal prosciutto in scatola al caviale.”
“ma, sano dio, non sei capace di tenerla a freno?”
“voglio vederla felice.”
“non sarà mai felice, se vai dentro.”
“senti, Mag, nel mio mestiere devi metterla in previsione, un po’ di gattabuia. È come una vacanza. Io non ne ho fatta molta. M’è andata meglio che a tanti altri.”
“che ne diresti di un lavoro onesto?”
“cada, a parte la maggiore fatica, non esistono lavori onesti. Crepi lo stesso, in un modo o nell’altro. E io ormai sono bravo nel mio campo. Sono una specie di dentista, io, che cavo denti alla società. So fare solo questo. È troppo tardi. Lo sai come trattano gli ex galeotti, no? Te l’ho già detto, come. Io…”
“lo so quello che m’hai detto, ma…”
“ma ma ma ma! Vuoi lasciarmi finire, mannaggia?!
“finisci.”
“ci sono certi industria lotti specializzati per ‘riabilitare’ i detenuti, gli ex detenuti. Bocchinari schiavisti che abitano nei quartieri alti, a Beverly Hills, a Malibù. Bene, al confronto la galera è rose e fiore. Si tratta di  una fregatura. Lavoro da schiavi, le autorità lo sanno, noi lo sappiamo. Lo Stato risparmia, qualcun altro ci fa i soldi. È tutta una merdata. Tutto quanto. Ti fanno lavorare tre volte più di un operaio normale: loro rubano a man salva, col benestare della legge. Poi la vendono, la roba, a dieci venti volte il suo valore effettivo. Però col beneplacito della legge. Della loro legge.”
“santo dio, l’ho già sentita tante di quelle volte…”
“e adesso la risenti un’altra volta, perdio! Io non posso stare zitto. Credi che non provo niente? E non dovrei parlare? Neanche con mia moglie? Sei mia moglie, tu, no? Scopiamo, sì o no? Viviamo insieme o no?”
“sei tu che ti sei fottuto da per te. E adesso piangi.”
“vaffanculo, và! Ho fatto uno sbaglio. Ho commesso un errore tecnico. Ero giovane. Non avevo capito le loro merdosissime regole…”
“e adesso cerchi di giustificare la tua ideozia.”
“ah quant’è buona. Mi piace, mogliettina. Mi piace. Una fica, sei, nient’altro che una fica. Una gran fica aperta sui scalini della casa bianca, spalancata, mentalmente trombata…”
“non farti sentire da quella creatura, Duke.”
“bene, ho finito, fica. RIABILITAZIONE. Ecco la fregatura. Quei culirotti, bocchinari di Beverly Hills. Gente bene, come no, brava gente educata e UMANITARIA! Le loro mogli vanno ai concerti, a sentir Mozart e Mahler, e fanno la beneficenza, e fregano il fisco. E poi vengono messe nella lista delle dieci signore più eleganti dell’anno, dal ‘Los Angeles Times’. E lo sai cosa cazzo ti fanno, i loro mariti? Ti trattano come un cane rognoso, alla fabbrica. Ti pagano meno!”
“Duke,” gli domandò Lala, “vuoi che ti chiamo Duke oppure papà?”
“come ti pare, stella, fa lo stesso.”
“perché ci ha il pelo la noce di cocco?”
“oh cristo, e che ne so. Perché ci ho il pelo sulle palle, io?”
Mag si fece sulla soglia della cucina, con un barattolo di piselli in mano. “non parlare a quel modo a mia figlia.”
“tua figlia? Ma non vedi che bocca limata che ci ha? Come la mia. E gli occhi? E il cervello? Ha preso tutto da me. Tua figlia… solo perché t’è uscita dalla passera e ti s’è attaccata alle tette. Non è figlia di nessuno. E’ la figlia di se stessa.”
“ti ripeto che non voglio che usi quel linguaggio in presenza della bambina.”
“tu non vuoi… tu non vuoi…”
“proprio così!” tenava la lattina di piselli in equilibrio sul palmo della mano protesa. “non voglio.”
“te lo giuro, se non sparisci subito, ti giuro su dio che PIGLIO QUEL BARATTOLO DI PISELLI E TE LO FICCO TUTTO SU PEL BUCICCIO DEL CULO!”
Mag ritornò in cucina coi piselli, e ci rimase.
Duke andò nello sgabuzzino e prese il paltò e la rivoltella. Salutò la ragazzina con un bacio. Era più dolce d’un abbronzatura a dicembre e di sei bianchi cavalli al galoppo per un prato tutto verde, sfrenati… questo effetto gli faceva. Qualcosa lo strinse alla gola. Ma si allontanò in fretta, richiuse la porta piano.
Mag uscì dalla cucina.
“Duke è uscito,” disse la bambina.
“si, lo so.”
“m’è venuto sonno, mamma. Mi leggi una favola?”
Si sedettero insieme sul divano.
“torna Duke a casa, mamma?”
“sì quel figlio di puttana, torna, torna.”
“e cos’è un figlio di puttana?”
“è uno come Duke. Gli voglio bene.”
“vuoi bene a un figlio di puttana, tu?”
“sì.” Mag rise. “sì. Vieni qui, stellina, sui miei ginocchi.” Abbracciò la bambina. “sei così tiepida… come la pancetta calda… come le frittelle calde…”
“io non sono pancetta e frittelle. SEI TU pancetta e frittelle!”
“è luna piena stanotte. Troppa luce, troppo chiaro. Ho un brutto presentimento…”

Charles Bukowski

Charles Bukowsky – Anormale

Quando facevo le elementari
il maestro ci raccontò la storia
di un marinaio
che disse al capitano:
“La bandiera? Spero di non
vederla più, la bandiera!”
“Molto bene,” gli fu risposto,
“il tuo desiderio
sarà esaudito!”
E lo chiusero nella
stiva
e ce lo tennero,
mandandogli cibo
di sotto
e morì laggiù
senza vederla mai più
la bandiera.

Una storia davvero spaventosa
per dei bambini,
molto
efficace.
Ma non efficace
abbastanza per
me.
Stavo lì seduto a pensare,
bene, è brutto
non vedere la
bandiera,
ma il bello è
non dover vedere
la gente.
Però
non alzai la mano
per dir niente del genere.
Sarebbe stato ammettere
che non volevo vedere
neppure loro.
Ed era vero.

Guardavo dritto alla
lavagna
che sembrava migliore
di chiunque.

Cecco Angiolieri – È sono sì altamente innamorato

È sono sì altamente innamorato,
a la merzé d’una donna e d’Amore,
che non è al mondo re né imperadore
a cui volesse io già cambiar mio stato:
ch’io amo quella a cui Dio ha donato
tutto ciò che convene a gentil core;
donqua, chi di tal donna è servidore
ben se pò dir che ‘n buon pianeto è nato.
Ed ella ha ‘l cor tanto cortese e piano
inver’ di me, la mia gentile manza,
che, sua mercé, basciata li ho la mano.
E sì me diè ancor ferma speranza
che di qui a poco, se Dio me fa sano,
che compierò di lie’ mia disianza.

Cecco Angiolieri