Cecco Angiolieri – S’i fossi foco

S’i fosse fuoco, arderei ‘l mondo;
s’i fosse vento, lo tempestarei;
s’i fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i fosse Dio, mandereil’ en profondo;
s’i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s’i fosse ‘mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S’i fosse morte, andarei a mi’ padre;
s’i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi’ madre.
Si fosse Cecco com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Cecco Angiolieri

Flavio Soriga – Diavoli di Nuraiò – Capitolo 6

– Nuraiò in fiamme! Nuraiò in fiamme! – grida
Franchino, correndo mezzo nudo per le strade del paese.
– Nuraiò in fiamme! Nuraiò in fiamme! Tutti bruciati
sarete, maledetti peccatori, figli e amici di Satana,
impuri e manigoldi, nelle fiamme brucerete maiali
schifosi!
Urla e corre veloce, Franchino, veloce veloce perché
ha il fisico ancora buono, Franchixeddu, anche se è
dimagrito da far paura. Fino a qualche anno fa aveva
le spalle larghe come un armadio, e le mani grasse e
gigantesche, forti e sicure. In paese si dice che una
volta che girava in campagna di sera un cane rabbioso
ha cercato di azzannarlo, gli è proprio saltato addosso
verso la faccia, con i dentoni di fuori pronto a
morderlo, e lui tranquillo gli ha dato uno schiaffo
con tutta la forza che aveva e quello ha rinculato a
terra sbattendo la testa, e quando è ripartito cercando
di azzannargli le gambe Franchino lo ha lasciato fare
per qualche secondo e poi come se niente fosse ha portato
le mani intorno al collo dell’animale e ha stretto,
fortissimo, strozzandolo in pochi secondi.

– Nuraiò brucia, Nuraiò immonda in fiamme per
sempreeeeee! Ignoranti caproni figli del male, non
sapete quel che fate e chiamate pazzi i vostri figli migliori,
non ci sarà perdono per voooooi.
Esce sempre di casa sua così all’improvviso, al pomeriggio,
di corsa verso il parco dove a quell’ora ci
sono un paio di ragazzini disperati che rollano merda
da due lire. Il padre sente le urla dal suo vecchio letto
nero cigolante, infila i calzoni marroni e la camicia a
scacchi e si butta in strada anche lui.
Sa che Franchixeddu si fermerà proprio affianco a casa
mia, dove c’è una statuetta della Madonna che mia
nonna aveva fatto mettere qualche anno fa.
Il padre di Franchino è più alto di lui di un braccio,
nonostante ne abbia più di sessanta, e solleva ancora
due sacchi di cemento alla volta, se vuole. Arrivato
dal figlio gli dà uno schiaffo per guancia, abbastanza
forte da lasciargliele tutt’e due rosse, e gli dice
Torra a dommu, torna a casa, e quello zitto zitto inizia
a piangere e ubbidisce.
Fino a pochi anni fa Franchino Cabras non si faceva
picchiare o sgridare da nessuno, e anche i Carabinieri
avevano paura di lui, perché forte com’era ci volevano
cinque militari per bloccarlo. Anche il padre,
picchiava, e infatti non si era più fatto vedere in
paese da quando era iniziata la pazzia del figlio, dimoniu
malladittu, diceva la madre che anche lei
usciva sempre di meno, e con il lutto stretto, come se
lo avesse perso, il figlio, o il marito, o tutti e due, e
in effetti era così. Tonio Cabras aveva smesso di fare
il muratore e faceva solo qualche lavoretto di legno
in garage, sempre quasi al buio, tanto che dicevano
fosse diventato cieco dal dolore, o che avesse qualche
malattia strana, Franchixeddu era morto davvero,
morto appresso all’alcol e a un sacco di droghe strane,
ci buttava tutta la pensione di malato pazzo nelle
schifezze che gli procuravano un paio di simpatici
volontari, sniffava fumava bucava, di tutto, ed era allegro
come una pasqua assurda o incazzato come un
bue. Poi ha smesso, qualcuno dice che è un miracolo,
o una magia, che non è possibile che uno ridotto così
e senza cervello riesca a smettere, che la madre dopo
aver pregato tutti i santi ha chiesto la grazia a su dimoniu,
o forse che gli ha fatto una fattura bianca,
quelle buone. Qualcuno ha anche detto che Franchixeddu
è guarito perché si è innamorato, ma non ci
crede nessuno.
Adesso comunque ha un tumore, e morirà presto.

 

Flavio Soriga

Capitolo 6 – Diavoli di Nuraiò

Anonimo – Inverno (parte 1)

Din don dan, din don dan; per chi suonan le campane, chi mai sarà? Si chiedono in paese.

Il segno della croce si fan le perpetue che già sono in chiesa, come se già lo sapessero chi doveva morire, ma stavolta così non è.

Din don dan, din don dan; il morto chi è? chi è che lo sa? Qualcuno dice che è tiu Bainzu Canu, che ormai alla sua età bisognava aspettarselo, che con la testa non c’era più ed erano molti mesi che non si spostava da quel letto.

Ma lui non è, lui non è.

Din don dan, din don dan; se non è lui chi mai sarà? Peppina Cabras non può essere, l’ho vista stamattina in chiesa e stava bene, dice zia Mantoi. Coro meu! Non le sarà successo qualcosa, che alla sua età a vivere da sola non si sa mai?!

Ma non è lei! No, lei non è.

Din don dan, din don dan; questa campana per chi suonerà? Non sarà mica Ginetto, povero diavolo, che anche lui se l’è cercata con quella roba che si prendeva; e povera la madre che si l’hat deffidu battagliare. Tutte in coro: s’iscureddu. E poi a casa a spettegolare in privato; ma non vi affannate, che non è lui.

Din don dan, din don dan; ajò, chi è che lo sa? Penso che sia la mamma di Cristina Loriga, sa e sa buttega, che era all’ospedale per un ictus. Non lei non è, che la sorella l’ho vista venendo in chiesa. E allora chi è, chi mai sarà?

Din don dan, din don dan; Don Antonio quando arriverà? Lui di certo sa chi è, e il nome del morto ci dirà, così andremo a trovarlo e faremo la gara a chi piange di più.

Din don dan, din don dan; ecco Don Antonio che il nome ci dirà! Una ragazzina di buona famiglia, s’iscuredda, cosa significa impiccata? Ma quando mai. Deus meu! Ma Don Antò, il nome non si sa? Silvia Satta?! Sa fizza de s’americanu? Capito tutto! Grazie Don Antò, sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

Din don dan, din don dan; il cappio ormai tolto le han, e già vestita e deposta sul letto, la madre la guarda senza piangere, perché ancora non realizza, ma su babbu inue ch’este? Mantò, il babbo dov’è? E’ li nell’angolo, lo vedi che sta piangendo. E ci sono tutti gli zii, finza su padrinu dae Tissi, dev’essere arrivato da poco. Il fratellino dov’è? L’ha vista lui per primo appesa alla corda?! Ohi, Deus Meu caru!

Din don dan, din don dan; Silvia dorme nel suo nuovo letto, ignara di tutti quei corpi che le piangono attorno. Se n’è andata senza dire nulla, senza motivo, pensano in tanti.

Il motivo sta dentro la sua pancia da due mesi.

G.C.

Anonimo – Autunno (parte 4)

A Lei…

A Lei, che vogliosa e pudica
discorreva d’amore, con le mani
sul mio viso più giovane. Carezze
notturne su lenzuola disfatte.

A Lei, venere plebea; frutto
proibito ai mortali -Gran monito!,
che, di castità avvinta, sedeva lontana,
passeggera dei suoi timori.

A Lei, immune al Cupido arciere,
io invio i miei dubbi sbiaditi
e notturni, ora che un nuovo sole
è giunto calmo ad estirparli.

 

G.C.

Anonimo – Inverno (parte 3)

 

A volte penso che sia tutto già scritto, tutto già deciso, e che noi non possiamo farci nulla. Penso che lassù in fin dei conti non ci siano molte anime buone, ma solo una bruscia bastarda che apre le cosce e mostra la mercanzia, e ci fa credere che in questo inferno di mondo tutto sommato sia rimasto ancora un briciolo di giustizia, e che prima o poi, dopo aver passato una vita a ingoiare merda e a pregare inutilmente, prima o poi dovremo arrivarci lassù, e anche noi c uniremo agli altri in un’orgia universale e liberatrice, ottenendo la meritata ricompensa dopo una vita passata ad invecchiare senza senso.

E invece la bruscia si diverte, ci prende in giro e ride, e quando meno ce lo aspettiamo allunga la sua lingua e ad uno ad uno ci prende e ci rinchiude in una cassa di mogano.

Si dice che Dio si circonda sempre dei migliori, che è lui a prendersi i cuori nobili e a lasciare, in questo ammasso schifoso di terra e mare, in questa palla che gira e gira e gira all’infinito, sempre nello stesso verso, proprio qui lui lascia i non meritevoli della sua gloria, in questo inferno a continuare a vivere da peccatori, a patire e soffrire e bestemmiare e sputare in questo schifo di mondo, ma continuando a vivere, che nessuno vuole morire, nessuno è così ansioso di andare a trovare Dio.

Che poi da lassù non è tornato mai nessuno a dirmi che sta bene, che un po’ gli manco, ma che tutto sommato sta in un posto tranquillo, con la birra bella fresca e le cameriere gentili e carine.

Ecco quello che rimane.

Solo una lastra di marmo grigia e lucida con molti fiori e una foto sorridente, bagnata dalla lacrime di chi ancora vive all’inferno, in questo inferno, e che piange e si dispera, si fa divorare dalla desolazione e dalla rabbia.

Quando quel mostro nero faceva nitrire tutti i suoi cavalli e affrontava le curve senza scalare di marcia, e si riempiva di grida di paura, di preghiere, di incubi, chissà che cos’ha pensato in quel momento, quando ha visto la macchina fuori controllo che andava dritta verso la morte, chissà se ha avuto il tempo di pensare a quello che stava succedendo, chissà se si è reso conto, o se davanti ai suoi occhi aveva solo il buio e il freddo di quella notte.

Forse non avrebbe dovuto sedersi in quella macchina, o avrebbe dovuto allacciarsi almeno la cintura, forse quello che stava al volante doveva rallentare, o non bere così tanto, forse non sarebbe dovuto andare a Saccargia, a quella festa, e fare così tardi, si… forse…

Ora che dalla finestra guardo il vuoto, lo stesso vuoto che ho dentro, che non mi da il coraggio di andare avanti, di affrontare lo stesso inferno di sempre a testa alta; ora che non ho neanche la forza di piangere, che non ho più niente, che vorrei sciogliermi come fango e sprofondare in un abisso scuro e buio; ora, proprio ora che ne ho così tanto bisogno, ora che ho bisogno di lui, dov’è Dio?

Ci guarda ancora da lassù, ci fa girare tutti cose se fossimo delle trottole pazze nelle sue mani, ci prende in giro, ci fa soffrire.

Sta meglio lì, a passare il tempo ridendo di noi, che tanto qui ci viene solo per farci piangere…

G.C.