Guns N’ Roses – Ain’t it Fun (1978)

Ain’t it fun when you’re always on the run
Ain’t it fun when you’re friends despise what you become
Ain’t it fun when you get so high, well that you, you just can’t come
Ain’t it fun when you know that you gonna die young

It’s such fun, good fun, such fun, such fun, aah such fun
Such fun, fun aah, yeah, fun, just fun, such…

Ain’t it fun when you take care of number one
Oh ain’t it fun when you feel like you just gotta get a gun
Ain’t it fun when you just can’t seem to find your tongue
‘Cause you stuck it too deep into something that really stung

It’s such fun, ah

Well, so good to me, they spit right in my face
And I didn’t even feel it, it was such a disgrace
I punched my fist right through the glass
And I didn’t even feel it, it happened so fast
Such fun, such fun, such fun
Ah such fun, such fun, such fun
Ah such fun

Ain’t it fun when you tell her she’s just a cunt
Ain’t it fun when you she splits you and leaves you on a bum
Well, ain’t it fun when you’ve broken up every band you’ve ever begun
Ain’t it fun when you know that you’re gonna die young

It’s such fun
Such fun

Ricordami così – Giacomo Arru

Amore mio eterno
luce della mia vita
scintilla divina
eccezione di Dio,

cosa eravamo noi?

Unica divina arte
ancestrale sentimento
miracolosa fusione
perfezione letteraria

sola infinita scienza!

Ed ora sono morto
sparita è la magia
svanita la forza
perduta è la via

irrimediabilmente!

Ricordami così
come amore perfetto
nel baratro inciampato
dalla nebbia distratto

di te non più degno!

Ferito il Cuore
lacrimosa la Coscienza
zittito l’Universo
singhiozzante Dio

uccisa la Speranza.

e sempre sarà così
fino alla fine
di tutto il tempo.

Giacomo Arru – 14/08/2012

Non ti scordar di me – Giacomo Arru

Non ti scordar di me,
patetica bambina
dalle incolmabili paure,
tempio di insicurezze
senza speranza.

Non trattarmi come
un temporale estivo,
una semplice parentesi
tra le tue aleatorie frasi,
ma decorami delle mie virtù.

Rimembra per sempre
il mio gentile animo,
e vaga zoppicante nel deserto
delle tue emozioni,
o stolta e miserabile creatura.

 

Giacomo Arru – Luglio 2004

Jack Buxton – 10 agosto 2012

Fa’ la brava, o mia Pena, e sta’ più tranquilla.
Tu invocavi la Sera; essa scende; eccola:
Un’atmosfera oscura avvolge la città,
Agli uni portando pace, agli altri affanno.

Mentre dei mortali la moltitudine vile,
Sotto la sferza del Piacere, questo boia senza pietà,
Va a cogliere rimorsi nella festa servile,
Mia Pena, dammi la mano; vieni qui,

Lontano da loro. Guarda affacciarsi i defunti Anni,
Dai balconi del cielo, in vesti antiquate;
Sorgere dal fondo delle acque il Rimpianto sorridente;

Il Sole moribondo addormentarsi sotto un’arcata,
E, come un lungo sudario trascinato verso Oriente,
Ascolta, mia cara, ascolta la dolce Notte che cammina.

“Erano passati anni. Sembrava un secolo. I ricordi avevano perso il sapore ed era rimasto solo il lacerante dolore. Il dolore di chi è consapevole di aver buttato nel cesso il proprio talento e di aver tirato lo sciaquone. Talento. Non c’è cosa di più brutta del talento sprecato, mi disse una volta un mio amico. Anzi, il mio più grande amico che poi è diventato un merdoso opportunista rotto in culo. Esatto, come se non ci fossimo mai voluti bene. Non era proprio talento il mio, ma si avvicinava. La mia sofferenza non ha una forma ben precisa, ha una sagoma bidimensionale nera proiettata a qualche metro di distanza su un muro invisibile. Solo io so che c’è. Nessuno potrebbe mai immaginare che ora, brutto stronzo, potrei tirar fuori tanta merda dal mio cappello. Ma è venuto il cazzo di fatidico momento, non ce la faccio più a fare finta che va tutto bene, che tutto è stato fatto nella maniera giusta e che è tutto a posto. A posto un cazzo. Ho commesso il più grande errore nella storia dopo che i nativi americani non hanno massacrato i fottutissimi colonizzatori europei. Dovevano rompergli il culo, dovevano.”

Verso altro scotch nel mio bicchiere. Una lacrima si sta formando lenta nell’occhio destro, quello dove ci vedo bene. La faccio riassorbire dall’indifferenza verso me stesso. Ho un vuoto dentro, un vuoto universale, non sento più un cazzo di niente verso il mondo intero. La filosofia, la matematica, la fisica, la letteratura… non sento più niente. Si è spenta la piccola fiammella di vita che ero riuscito a non far morire per anni. Si è spenta all’improvviso, senza preavviso, e ha reso un inferno ciò che era un paradiso.
E voi mi chiedete adesso chi è Jack Buxton? Dovevate chiedermelo quando ancora stavo bene, avrei detto cose molto più divertenti. Potrei parlarvi per giorni di lui, per settimane. E tutto quello che ho da dire non basterebbe né a voi né a me. Ho passato con lui tanto di quel tempo… Tempo bello, tempo brutto. Tutto quello che c’è stato ora è solo un ricordo, l’unica prova che ho, di aver vissuto quei momenti col mio amico, è dentro la mia testa. Non una foto, non un diario, niente di niente. E poi, quando ti perdi di vista, dimentichi sempre qualcosa. E’ vero, non è più come prima, ora ci vediamo una volta ogni sei mesi quando va bene, ma lui è sempre lo stesso. E’ solo un po’ più sofferente ogni volta.

Mi ha insegnato lui a portarmi a letto le ragazze, già ai tempi dell’Irlanda lui era avanti, e l’ho capito solo dopo tanti anni. Vabbè, lasciamo stare le risse le birre e le fighe del 2000 che quella è roba vecchia.
La prima volta che l’ho incontrato, entro in un bar e mi siedo nel mio sgabello tra due tizi. Quello di sinistra era un ciccione tatuato con i capelli rossi, anzi arancioni pel di carota. Nel braccio destro aveva una lapide con scritto “Dad RIP” e sotto un cuore. Quello di destra non lo vedevo in faccia, stava con la testa china su un bicchiere di qualche tipo di whisky, probabilmente scotch. Portava una specie di fedora nero in lana e un cappotto lungo, nero anche quello. Chiedo una Guinness al dentone che stava dietro al banco, un tizio biondino magrolino tossico con gli occhi infossati e i capelli lunghi e quello senza neanche rispondere prende e mi spilla la birra al volo. Io, insomma, non è che ne sapessi molto, ringrazio e inizio a guardare la mia pinta. Noto che non c’è schiuma. A un certo punto quello alla mia destra prende e lancia un urlo al barista, una specie di verso strano, tipo “EEEEEHHHHH!!!!!”. Io rimango come un pollo, mentre quello prende e rovescia la birra nello scolo proprio dietro il banco. Il barista lo guarda male e gli dice “Fanculo amico quella la pago io!”. “Ma fanculo così impari a spillare coglione!” replica il tizio, allora il biondino rimane zitto e ne prepara un’altra, questa volta molto lentamente. Era Jack Buxton, fu così che lo conobbi.

Arthur Rimbaud – Sognato per l’inverno

C’è un legame naturale tra gli antichi poeti e noi stessi a diciassett’anni… – Giacomo Arru

A…Lei.

D’inverno, ce ne andremo in un piccolo vagone rosa
con i cuscini blu.
Staremo bene. Un nido di pazzi baci riposa
in qualche soffice angolo.

Tu chiuderai gli occhi, per non vedere, dai vetri
ghignare le ombre delle sere,
queste arcigne mostruosità, plebaglie
di neri démoni e neri lupi.

Poi sentirai la guancia scalfita…
Un piccolo bacio, come un ragno folle,
ti correrà per il collo…

E tu mi dirai: «Cerca!» inclinando la testa,
e perderemo tempo a cercare quella bestia
– che così tanto viaggia…

In treno, 7 ottobre 1870.