Dammit I changed again – The Offspring (2000)


 

Hey, come inside
While I stand here acting bold
Can’t stand to feel this way
Clear out the cobwebs in my soul

This time I turn around
And things have changed
Now I don’t feel the same

Start a fight
I can’t defend
One more time
Dammit, I changed again

Now I don’t see
Things the way I did before
Can’t stand to feel this way
Things important yesterday
Don’t matter anymore
It doesn’t make any sense
To feel so different day to day
(Can’t stand to feel this way)
When nothing’s changed except for me

2000 – The Offspring
Album: Conspiracy of One

Tipiche serate irlandesi – 2004, Giacomo Arru

Era una bella serata lì al Victoria. Il lunedì non c’era mai molta gente e si giocava bene. Nel juke boxe giravano a rotazione le nostre canzoni preferite, e la partita si era fatta interessante. Jean era indietro di due piene mentre io andavo alla grande: mi mancava solo una mezza e poi la nera. Il cd dei Ramones ripartiva un’altra volta.

Le nuvole di fumo assumevano varie sfumature di colori violacei sotto i neon della sala, e non c’era niente di più rilassante che trovarsi nel proprio habitat ideale, un ambiente che sembrava progettato proprio per noi. Sorseggiavo la mia fredda stout e mi preparavo a sferrare il prossimo colpo, pregustando la vittoria, quando la mia attenzione fu distolta da una persona dall’altra parte del tavolo. Quando si accorse che guardavo in quella direzione, si avvicinò lentamente. Era una bionda, occhi azzurro chiaro e qualche lentiggine rossa sul volto. Se non fosse stata così grassa forse sarebbe stata l’ideale per uscire dopo la partita. Si vedeva che era un po’ timida, ma si fece coraggio e chiese se eravamo italiani. Per farla breve, le sue amiche volevano conoscerci.

Non riuscivamo a capire come quelle ragazze irlandesi potessero sapere che eravamo italiani. Avevano un qualche fiuto particolare per queste cose? Oppure riuscivano a capire le frequenti imprecazioni prodotte dalle nostre corde vocali? Probabilmente le due ipotesi erano entrambe veritiere, e comunque fosse, ormai eravamo in ballo e non ci importava.

Dissi che si poteva fare, in fondo ci andava sempre di conoscere qualche giovane donna locale, e non avevamo nulla in contrario, ma avrebbero dovuto aspettare: avremmo finito la partita e poi gli avremmo dato corda.

Dopo due turni sterili passati a riflettere sull’accaduto, ma soprattutto, a organizzare mentalmente i momenti successivi, misi in buca la mezza e subito dopo la nera. Un “Bastardo!” uscì avvilito dalla bocca del mio avversario. Il mio sorriso in quel momento sfoggiava potenza e maestria. Mi avvicinai alle babies con la stecca ancora in mano, aria da fanfarone, e mi presentai. Su quattro, una sola era carina: ragazza atipica per il posto, capello castano raccolto in una coda e giubbino adidas free style, trucco assente e sigaretta in bocca.

Nel frattempo che ascoltavo le loro minchiate in lingua originale, del tipo “Che cosa fai” – “Da dove vieni” – “Quanti anni hai” si avvicinò Jean, incazzato perché aveva perso e voleva giocare di nuovo. Un altro pound entrò così nella fessura del biliardo, e le palle tornarono nuovamente nel triangolo.

Erano educate, le ragazze. Mentre giocavamo, aspettavano diligentemente sedute nell’angolo, zitte.

La partita durò un quarto d’ora circa, e ne seguirono altre tre. A un certo punto mi ricordai di loro e dissi al mio amico che non era carino da parte nostra continuare a trastullarci e forse sarebbe stato meglio chiudere la partita. Ci saremmo rivisti l’indomani al Burgerland, al lavoro. Così, posate le stecche e dopo un affettuoso saluto, Jean tornò a casa sua sopra il bus n°5, linea rossa, direzione Bishopstown.

Fatto cenno, le ragazze si alzarono in piedi e si avvicinarono. Quella carina voleva scambiare due chiacchiere, così andammo in disparte vicino al fiume, a pochi metri dall’ingresso del locale, a parlare.

Si chiamava Yvonne, aveva capelli bruni e occhi castani, bello sguardo, apparentemente simpatica. Le nostre sagome si riflettevano sulle acque del Lee, il fiume più calmo che io abbia mai visto. Peccato che non lo tenessero pulito, e anche se ogni tanto, trascinata dalla corrente, ti passava sotto gli occhi una bottiglia di plastica, a me piaceva andare a riflettere sull’argine.

La ragazza mi fece ascoltare delle canzoni dal suo walkman: era roba commerciale, canzoni che durano tre mesi e poi scompaiono, come C’est la Vie o Ghetto Suppastar… insomma, roba che mi faceva cagare.

“Ti piace questa musica?” mi chiese a un tratto.

“Carina, sicuro!” dissi ridendo.

“Perché ridi allora?”

“Questo pezzo è allegro, mi mette allegria. Ti hanno mai detto che hai degli occhi incantevoli?”

Avevo sempre la cattiva abitudine di fare complimenti quando non c’entravano niente. Non potevo farci nulla, li facevo a tutte le ragazze con cui parlavo, senza neanche quasi farci caso, anche se non volevo fare colpo su di loro; anzi, mi divertivo di più, cercavo di conoscere le loro reazioni. Avevo l’inconscia intenzione di imbarazzarle nel momento più inaspettato.

Infatti Yvonne rimase zitta e sorrise. C’ero riuscito. Non so se definirmi stronzo o mitico.

Bishopstown era una delle mie vie preferite di Cork, perché c’era tutto quello mi occorreva. Irish Pub, shop 24 ore e un fast food sempre aperto. Mentre mi facevo accompagnare a casa comprai così del succo d’arancia e un pacchetto di Dunhill lights al distributore di benzina all’angolo.

La passeggiata era stata lunga, ed ero un po’ stanco.

“Ti va di andare dai miei amici?” mi chiese. Tirai fuori una scusa balorda, del tipo “Mi fa male il ginocchio”, e mentre chiudevo la porta di casa le dissi che ci saremmo beccati dopo.

La cena era sempre uno schifo: uova fredde con ketchup, pollo con marmellata e ovviamente patate fritte. Catherine, la padrona di casa, era una tipica mamma irish che, non per colpa sua, preparava il solito schifo tutti i giorni. E’ veramente strano per noi mediterranei andare a vivere nei paesi anglosassoni, perché ci si ritrova davanti a tanti compromessi che, anche se più o meno pareggiano i conti, non fanno certo piacere. Come l’appagamento nel bere una stout “ultraterrena” per poi quasi vomitare mangiando tacchino con lo zucchero, oppure vedere tanta perfezione e pulizia in ogni angolo della strada, sapendo che poi il 70% delle persone che ci camminano sopra hanno il culo sporco di merda. Insomma, bisogna abituarsi, ma dopo il primo anno non ci si fa più caso. Proprio da un anno io e Jean eravamo fuggiti dal quel casino di vita che avevamo in Italia, nella nostra città natale. La decisone era stata presa abbastanza in fretta, durante l’ora di latino a scuola, e più precisamente nel corso di una partita a forza quattro. Per caso era saltato fuori il discorso di cambiare tutto, ricominciare daccapo: scrollarsi di dosso tutta la melma che ci si era appiccicata addosso nel corso degli anni, e realizzare il sogno di organizzare da soli la nostra vita. Ci eravamo accorti di aver perso le nostre vere identità a causa di un sistema errato, un’educazione forzata che non volevamo e tante amare rinunce.

Finita la cena giocai un po’ col Nintendo di Tom, il mio compagno di stanza, poi mi cambiai di vestito e uscii a fare due passi. Poco lontano, tra un caseggiato rosso che era sede di una compagnia di assicurazioni e il solito rifornitore vidi delle persone sedute in un piccolissimo green. Un fischio richiamò la mia attenzione: era lei, rimasta nella zona per essere sicura di farsi trovare. Ormai ero comunque fregato, perché sapeva dove venire a cercarmi.

Pochi minuti dopo ero a Wilton con Yvonne e una sua amica, una certa Mave, gran bella fica. Se solo l’avessi vista prima… Stavamo andando dal loro gruppo.

Vicino allo spazio verde dell’ospedale di quartiere c’era una scuola materna abbandonata, un tempo ci insegnavano gaelico vecchio stile. I loro amici si ritrovavano in quel cortile pieno di immondizia, alcuni simpatici, altri un po’ meno. Erano su di giri, bevevano birrette bionde e fumavano marlboro lights; cuffietta rap, vestiti larghi e, stranamente, niente tattoos, piercing e accessori vari. Visi non troppo sporchi, insomma.

Ridevano perché la pupa aveva catturato l’Italiano, e c’era da divertirsi. Quegli stronzi credevano che non parlassi neanche la loro lingua. Uno di loro si avvicinò e mi diede il benvenuto. Poi mi prese la mano e la stampò sul culo di Yvonne, e la cosa mi fece ridere perché era abbastanza simpatica. Pochi secondi dopo, appena abbassò la guardia, gli diedi un bel calcio nel culo e come conseguenza l’ambiente divenne silenzioso. Nessuno più parlava a voce alta, o sghignazzava. La loro festa era finita. Feci altri due passi con la tipa, accettai le sue scuse, e andammo in un green per stare da soli.

“Tu sei pazzo” mi urlò contro Jean. “Hai dato un calcio nel culo a un irlandese, ti rendi conto? Davanti a tutti i suoi amici!”

“Si ma mi è andata bene!”

“Te la faranno pagare. Conosco le bande di Wilton: sono tutti degli alcolizzati e dei ladri. Credimi, non farti più vedere in quella zona. Ci tengo al mio amico.”

“Ma come faccio a non farmi vedere da loro se abito a Bishopstown, sono dieci minuti! E poi non c’è pericolo, dai!”

Aveva ragione lui, invece. Quel gruppetto odiava gli italiani, perché ogni volta gli fregavano le ragazze e puntualmente qualcuno si faceva male.

Nonostante questo, in quei pochi giorni era diventata la mia ragazza, per sua unica volontà. Insisteva e l’ho accontentata. Avrei preferito non legarmi in quel posto, perché sapevo già che non ci sarei rimasto a lungo e che il vento della nuova stagione mi avrebbe trasportato altrove tanto velocemente quanto una foglia spinta dalla brezza autunnale. Ora dovevo stare più attento quando andavo in giro, soprattutto il venerdì al Victoria, quando c’era la serata iberica. Si riunivano nella mia sala da biliardo preferita tutte le spagnole di Cork, tutte lì a esporre la mercanzia con la loro solita faccia tosta. Non potevi non notare gli sguardi languidi delle chicas, e la concentrazione ti passava tutta d’un colpo. Ci mettevamo il triplo del tempo per chiudere un partita, tra una presentazione e l’altra.

Anche se le irlandesi non erano niente male, le spagnole avevano più risorse, ed erano anche molto più calienti: sapevano bene come attirare su di sé l’attenzione di un maschio latino.

Un venerdì sera, durante la solita partita, il gruppo degli spagnoli stava andando via per andare a ballare; bastò una furba occhiata di Jean per capirci al volo. Ci infiltrammo nel corteo e riuscimmo ad entrare gratis in discoteca.

La musica era molto alta, e il tuo corpo diventava come una marionetta mossa dal dj.

Pochi minuti dopo il mio ingresso, stavo già ballando con una certa Vanesa, con la quale sono andato subito d’accordo, e dopo aver mosso i piedi per circa una mezz’ora, saltò fuori dalle casse la lambada. Come un demone, le si accesero gli occhi di una luce infuocata e si mosse come solo lei sapeva fare. Penso che chiunque abbia presente o possa immaginare una bellissima ragazza latina che balla la lambada in maniera… provocante. Fu in quel momento che capii come avrei concluso la serata.

La settimana dopo mi trasferii a Ballincollig, dall’altra parte della città.