Dal diario di Jack Buxton – 16 aprile 2009

Lo sguardo più bello che avessi mai visto. Quando guardavo quegli occhi mi si scioglieva il cuore, e una irresistibile forza si sollevava, schiacciando ogni precedente sentimento, catturando ogni mia parte. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Non ho mai dato conto a questo, ma devo ricredermi. Quando li fissavo, percepivo una splendida luce, sentivo il suo cuore pulsare dentro me.

[…]

Baci tenerissimi, forse troppo. Troppo veri per esistere in questo mondo, un mondo fatto di atomi e dna… In fondo… cosa siamo se non questo? Eppure una dolce magia mi conquistava, si impossessava di tutto me guidandomi al declino della ragione. SI! Perché la ragione sapeva sin dall’inizio cosa sarebbe successo… Lei si che aveva già previsto le cose, aveva calcolato tutto, sminuendo il Significato e riportando tutto a una semplice frase fatta.

[…]

Eppur mi vanto d’esser Stato, orgoglioso di ciò che ente più mai sarà.

Jack Buxton – 10 agosto 2012

Fa’ la brava, o mia Pena, e sta’ più tranquilla.
Tu invocavi la Sera; essa scende; eccola:
Un’atmosfera oscura avvolge la città,
Agli uni portando pace, agli altri affanno.

Mentre dei mortali la moltitudine vile,
Sotto la sferza del Piacere, questo boia senza pietà,
Va a cogliere rimorsi nella festa servile,
Mia Pena, dammi la mano; vieni qui,

Lontano da loro. Guarda affacciarsi i defunti Anni,
Dai balconi del cielo, in vesti antiquate;
Sorgere dal fondo delle acque il Rimpianto sorridente;

Il Sole moribondo addormentarsi sotto un’arcata,
E, come un lungo sudario trascinato verso Oriente,
Ascolta, mia cara, ascolta la dolce Notte che cammina.

“Erano passati anni. Sembrava un secolo. I ricordi avevano perso il sapore ed era rimasto solo il lacerante dolore. Il dolore di chi è consapevole di aver buttato nel cesso il proprio talento e di aver tirato lo sciaquone. Talento. Non c’è cosa di più brutta del talento sprecato, mi disse una volta un mio amico. Anzi, il mio più grande amico che poi è diventato un merdoso opportunista rotto in culo. Esatto, come se non ci fossimo mai voluti bene. Non era proprio talento il mio, ma si avvicinava. La mia sofferenza non ha una forma ben precisa, ha una sagoma bidimensionale nera proiettata a qualche metro di distanza su un muro invisibile. Solo io so che c’è. Nessuno potrebbe mai immaginare che ora, brutto stronzo, potrei tirar fuori tanta merda dal mio cappello. Ma è venuto il cazzo di fatidico momento, non ce la faccio più a fare finta che va tutto bene, che tutto è stato fatto nella maniera giusta e che è tutto a posto. A posto un cazzo. Ho commesso il più grande errore nella storia dopo che i nativi americani non hanno massacrato i fottutissimi colonizzatori europei. Dovevano rompergli il culo, dovevano.”

Verso altro scotch nel mio bicchiere. Una lacrima si sta formando lenta nell’occhio destro, quello dove ci vedo bene. La faccio riassorbire dall’indifferenza verso me stesso. Ho un vuoto dentro, un vuoto universale, non sento più un cazzo di niente verso il mondo intero. La filosofia, la matematica, la fisica, la letteratura… non sento più niente. Si è spenta la piccola fiammella di vita che ero riuscito a non far morire per anni. Si è spenta all’improvviso, senza preavviso, e ha reso un inferno ciò che era un paradiso.
E voi mi chiedete adesso chi è Jack Buxton? Dovevate chiedermelo quando ancora stavo bene, avrei detto cose molto più divertenti. Potrei parlarvi per giorni di lui, per settimane. E tutto quello che ho da dire non basterebbe né a voi né a me. Ho passato con lui tanto di quel tempo… Tempo bello, tempo brutto. Tutto quello che c’è stato ora è solo un ricordo, l’unica prova che ho, di aver vissuto quei momenti col mio amico, è dentro la mia testa. Non una foto, non un diario, niente di niente. E poi, quando ti perdi di vista, dimentichi sempre qualcosa. E’ vero, non è più come prima, ora ci vediamo una volta ogni sei mesi quando va bene, ma lui è sempre lo stesso. E’ solo un po’ più sofferente ogni volta.

Mi ha insegnato lui a portarmi a letto le ragazze, già ai tempi dell’Irlanda lui era avanti, e l’ho capito solo dopo tanti anni. Vabbè, lasciamo stare le risse le birre e le fighe del 2000 che quella è roba vecchia.
La prima volta che l’ho incontrato, entro in un bar e mi siedo nel mio sgabello tra due tizi. Quello di sinistra era un ciccione tatuato con i capelli rossi, anzi arancioni pel di carota. Nel braccio destro aveva una lapide con scritto “Dad RIP” e sotto un cuore. Quello di destra non lo vedevo in faccia, stava con la testa china su un bicchiere di qualche tipo di whisky, probabilmente scotch. Portava una specie di fedora nero in lana e un cappotto lungo, nero anche quello. Chiedo una Guinness al dentone che stava dietro al banco, un tizio biondino magrolino tossico con gli occhi infossati e i capelli lunghi e quello senza neanche rispondere prende e mi spilla la birra al volo. Io, insomma, non è che ne sapessi molto, ringrazio e inizio a guardare la mia pinta. Noto che non c’è schiuma. A un certo punto quello alla mia destra prende e lancia un urlo al barista, una specie di verso strano, tipo “EEEEEHHHHH!!!!!”. Io rimango come un pollo, mentre quello prende e rovescia la birra nello scolo proprio dietro il banco. Il barista lo guarda male e gli dice “Fanculo amico quella la pago io!”. “Ma fanculo così impari a spillare coglione!” replica il tizio, allora il biondino rimane zitto e ne prepara un’altra, questa volta molto lentamente. Era Jack Buxton, fu così che lo conobbi.