Giuseppe Parini – La vita rustica (1761)

Perché turbarmi l’anima,
O d’oro e d’onor brame,
Se del mio viver Atropo
Presso è a troncar lo stame?
E già per me si piega
Sul remo il nocchier brun
Colà donde si niega
Che piú ritorni alcun?

Queste che ancor ne avanzano
Ore fugaci e meste,
Belle ci renda e amabili
La libertade agreste.
Qui Cerere ne manda
Le biade, e Bacco il vin:
Qui di fior s’inghirlanda
Bella innocenza il crin.

So che felice stimasi
Il possessor d’un’arca
Che Pluto abbia propizio
Di gran tesoro carca:
Ma so ancor che al potente
Palpita oppresso il cor
Sotto la man sovente
Del gelato timor.

Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà, ma libero,
Il regno de la morte.
No, ricchezza né onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Mercar non mi vedrà.

Colli beati e placidi
Che il vago Èupili mio
Cingete con dolcissimo
Insensibil pendio,
Dal bel rapirmi sento
Che natura vi diè;
Ed esule contento
A voi rivolgo il piè.

Già la quiete, agli uomini
Sí sconosciuta, in seno
De le vostr’ombre apprestami
Caro albergo sereno:
E le cure e gli affanni
Quindi lunge volar
Scorgo, e gire i tiranni
Superbi ad agitar.

In van con cerchio orribile,
Quasi campo di biade,
I lor palagi attorniano
Temute lance e spade;
Però ch’entro al lor petto
Penetra nondimen
Il trepido sospetto
Armato di velen.

Qual porteranno invidia
A me che, di fior cinto,
Tra la famiglia rustica,
A nessun giogo avvinto,
Come solea in Anfriso
Febo pastor, vivrò;
E sempre con un viso
La cetra sonerò!

Non fila d’oro nobili
D’illustre fabbro cura
Io scoterò, ma semplici
E care a la natura.
Quale abbia il vate esperto
Nell’adulazion;
Ché la virtude e il merto
Daran legge al mio suon.

Inni dal petto supplice
Alzerò spesso ai cieli,
Sí che lontan si volgano
I turbini crudeli;
E da noi lunge avvampi
L’aspro sdegno guerrier;
Né ci calpesti i campi
L’inimico destrier.

E, perché ai numi il fulmine
Di man piú facil cada,
Pingerò lor la misera
Sassonica contrada,
Che vide arse sue spiche
In un momento sol,
E gir mille fatiche
Col tetro fumo a vol.

E te, villan sollecito,
Che per nov’orme il tralcio
Saprai guidar, frenandolo
Col pieghevole salcio:
E te, che steril parte
Del tuo terren di piú
Render farai, con arte
Che ignota al padre fu:

Te co’ miei carmi ai posteri
Farò passar felice
Di te parlar piú secoli
S’udirà la pendice.
E sotto l’alte piante
Vedransi a riverir
Le quete ossa compiante
I posteri venir.

Tale a me pur concedasi
Chiuder, campi beati,
Nel vostro almo ricovero
I giorni fortunati.
Ah quella è vera fama
D’uom che lasciar può qui
Lunga ancor di sé brama
Dopo l’ultimo dí!

Alla Musa – Giuseppe Parini (1796)

Te il mercadante, che con ciglio asciutto
Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama
Dura avarizia nel remoto flutto,
Musa, non ama.

Né quei, cui l’alma ambiziosa rode
Fulgida cura; onde salir piú agogna;
E la molto fra il dí temuta frode
Torbido sogna.

Né giovane, che pari a tauro irrompa
Ove alla cieca piú Venere piace:
Né donna, che d’amanti osi gran pompa
Spiegar procace.

Sai tu, vergine dea, chi la parola
Modulata da te gusta od imíta;
Onde ingenuo piacer sgorga, e consola
L’umana vita?

Colui cui diede il ciel placido senso
E puri affetti e semplice costume;
Che, di sé pago e dell’avito censo,
Piú non presume;

Che spesso al faticoso ozio de’ grandi
E all’urbano clamor s’invola, e vive
Ove spande natura influssi blandi
O in colli o in rive;

E in stuol d’amici numerato e casto,
Tra parco e delicato al desco asside;
E la splendida turba e il vano fasto
Lieto deride;

Che ai buoni, ovunque sia, dona favore;
E cerca il vero; e il bello ama innocente;
E passa l’età sua tranquilla, il core
Sano e la mente.

Dunque perché quella sí grata un giorno,
Del giovin cui diè nome il dio di Delo,
Cetra si tace; e le fa lenta intorno
Polvere velo?

Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,
Ei già, scendendo a me, giudice fea
Me de’ suoi carmi: e a me chiedea consiglio:
E lode avea.

Ma or non piú. Chi sa? Simíle a rosa
Tutta fresca e vermiglia al sol che nasce,
Tutto forse di lui l’eletta sposa
L’animo pasce.

E di bellezza, di virtú, di raro
Amor, di grazie, di pudor natio
L’occupa sí, ch’ei cede ogni già caro
Studio all’oblio.

Musa, mentr’ella il vago crine annoda
A lei t’appressa; e con vezzoso dito
A lei premi l’orecchio; e dille, e t’oda
Anco il marito:

«Giovinetta crudel, perché mi togli
Tutto il mio D’Adda, e di mie cure il pregio,
E la speme concetta, e i dolci orgogli
D’alunno egregio?

Costui di me, de’ genii miei si accese
Pria che di te. Codeste forme infanti
Erano ancor, quando vaghezza il prese
De’ nostri canti.

Ei t’era ignoto ancor quando a me piacque.
Io di mia man per l’ombra e per la lieve
Aura de’ lauri l’avviai ver l’acque
Che, al par di neve

Bianche le spume, scaturir dall’alto
Fece Aganippe il bel destrier che ha l’ale:
Onde chi beve io tra i celesti esalto
E fo immortale.

Io con le nostre il volsi arti divine
Al decente, al gentile, al raro, al bello:
Fin che tu stessa gli apparisti al fine
Caro modello.

E se nobil per lui fiamma fu desta
Nel suo petto non conscio, e s’ei nodria
Nobil fiamma per te, sol opra è questa
Del cielo e mia.

Ecco già l’ale il nono mese or scioglie
Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvo,
Te chiaramente in fra le madri accoglie
Il giovin alvo.

Lascia che a me solo un momento ei torni;
E novo entro al tuo cor sorgere affetto,
E novo sentirai dai versi adorni
Piover diletto:

Però ch’io stessa, il gomito posando
Di tua seggiola al dorso, a lui col suono
De la soave andrò tibia spirando
Facile tono:

Onde rapito, ei canterà che sposo
Già felice il rendesti, e amante amato;
E tosto il renderai dal grembo ascoso
Padre beato.

Scenderà in tanto dall’eterea mole
Giuno, che i preghi de le incinte ascolta;
E vergin io de la Memoria prole,
Nel velo avvolta,

Uscirò co’ bei carmi; e andrò gentile
Dono a farne al Parini, italo cigno,
Che, ai buoni amico, alto disdegna il vile
Volgo maligno».