Giacomo Arru – Willy (2004)

Stesura originale: maggio 2004
Revisione: 1 settembre 2011

La cameriera andava avanti e indietro tra i tavoli, distribuendo la birra ai vari clienti. Io e Willy osservavamo con attenzione il suo culetto muoversi dolcemente, in maniera arrapante. Era una serata qualsiasi dell’anno scorso, e tutti i giorni eravamo lì a ingurgitare birra nera, come se avessimo fatto ormai parte dell’arredamento. Prendevamo sempre lo stesso tavolo, stesse sedie, stessa posizione. Era quello il nostro locale preferito, da tre mesi o giù di lì.

“Lisa mi ha lasciato”, mi disse a un certo punto il mio amico. Io continuai a giochicchiare con il bicchiere. Disegnavo col dito nella condensa. Passò qualche minuto. A un certo punto presi a ridere. Guardai Willy negli occhi: lui non rideva.

Presi qualche secondo, poi risposi semplicemente con un “Tina mi ha lasciato”, lasciandolo di stucco.

Passò così un altro quarto d’ora, e un’altra pinta di stout entrò nel nostro stomaco. I bicchieri erano stati nel frattempo nuovamente riempiti dalla nostra cameriera preferita. Ho sempre trovato eccitanti le cameriere. A dirla tutta, anche le bariste. Insomma, tutte le donne che lavorano da qualche parte, ma specialmente le cameriere. Indossava dei pantaloni neri, come piacciono a me, tondi tondi, aderenti, gonfi, carnosi, succosi. Bei pantaloni.

“Mi dispiace”, dissi a Willy.
“Anche a me”, rispose.
“Perché ti ha lasciato?”
“Non lo so.”
“Che coincidenza! Anche io non so perché la mia ragazza mi ha lasciato!”, dissi io.
“Mi ha lasciato ed è partita in Inghilterra.”, disse lui.
“Ah! Scommetto che in questo preciso momento lo sta succhiando a qualche spagnolo!”
“E perché proprio ad uno spagnolo?”
“Beh si sa che è pieno di spagnoli da quelle parti, e sono tutti in cerca di fica.”
“Noooo! Lei non lo farebbe mai…”
“Ah! Ah! Ah! Ah! Che cazzone che sei!”, gli risi in faccia.

Poi ripresi il discorso “Non vorrei farti rodere il fegato, ma sono sicuro che è proprio così! Se ti ha lasciato e poi è partita… Chiamala e chiedile se sta facendo molti pompini ultimamente, così ti togli il dubbio!”
“Eh, certo! Così ho proprio chiuso! Lei è una ragazza in gamba. Anche se effettivamente questa storia mi puzza, mi ha anche detto che lì sta bene e non vuole più tornare…”
“Willy, è meglio che io stia zitto. Non so cosa potrei dire se continuassi…”
“Hai ragione, non dire niente. Bevi.”

Giacomo Arru

Vuoto universale (2001 – Giacomo Arru, Gianpaolo Cherchi)

Vuoto universale (2001 – Giacomo Arru, Gianpaolo Cherchi)

 

Era uno di quei sabati che promettono miracoli e che poi ti rendi conto che sono più vuoti di una bottiglia rotta per strada. Andai a trovare il mio amico, forse l’unico degno di potersi avvalere di questo titolo, e le cose dovevano svolgersi in questo modo: classica serata Drink & Fuck (che poi si rivela “drink a lot and no fuck”). Uscimmo alla ricerca di qualche pulzella, giovane o tardona non ci importava, dopo aver passato un paio d’ore a bere birrette e giocare a scacchi a casa sua.

Camminando per strada, mi guardai intorno e vidi solo dei corpi inutili, pezzi di merda bastardi ingabbiati e contenti nei loro abitini “mezza stagione”.

Probabile che mi sbagli, ma li ho sempre guardati come gente che sta dentro a un locale fighetto a bere stronzate (bacardi breezer, ecc.) fingendo di essere ubriachi. Credono che il mondo gli giri attorno, solo perché hanno la possibilità di spendere trecento carte ogni serata. Se anch’io avessi il papi ingegnere, il papi medico o il papi supermegacazzuto che mi rifila le chiavi della sua Bmw e un bel po’ di denaro bonus da spalmare nei locali, starei con il mio amico a dimostrare cosa significhi bere veramente…

 

Ad ogni modo arrivammo in un bar. Io presi un Havana 7 anni con ghiaccio e lui un amaro. Questo per saggiare i prezzi…

Quei rotti in culo ci chiesero 7 euro! Appena arrivò la cameriera con lo scontrino (una sulle quali tette ci potevi annegare), chiesi dov’era il bagno. Gliela “feci” pagare.

Cambiammo locale: pub stile inglese con tutte quelle cose in legno appese ai muri. Dopo cinque-sei sigarette arrivò il cameriere. Aveva la faccia di uno che era stato picchiato da piccolo. Ordinammo un rum liscio e un Jameson. 8 euro cazzo! Forse avremmo fatto meglio a rimanere a casa e svuotare il frigo etilico di ciò che era rimasto. Ma visto che eravamo là belli comodi, molestammo la fanciulla affianco al nostro tavolo.

“Dov’è finito il tuo ragazzo?”, esordì il mio amico.

“E’ per caso andato a puttane?”, continuò.

Lei rimase senza parole ma sfoderò un sorriso imbarazzato e sprezzante che diede l’incipit all’ultimo “sgabbio”:

“Ma pompini ne stai facendo ultimamente?”

Impossibile descrivere il volto sdegnato di colei, che si alzò dal tavolo seguita dalle sue ancelle e si ritirò nelle sue stanze.

“Sei un genio” dissi io.

“E non è finita”, disse lui, “ora vado in bagno e lascio un souvenir…”

 

Passai una decina di minuti perso negli occhi neri di una ragazza dai capelli sexy.

I miei pensieri vennero interrotti dal mio amico:

“Quello stronzo che hanno picchiato da piccolo ha controllato il cesso e mi ha costretto a scaricare!”

“Almeno si ha sorbito il tuo tanfo di merda” dissi io.

All’improvviso l’Einstein racchiuso dentro alle tempie del mio amico si svegliò, brillando nei suoi occhi:

“A casa ho ancora qualche bottiglia di vino dolce!”