15 maggio – Ultime lettere di Jacopo Ortis – Ugo Foscolo (1802)

15 maggio 1798

 

Dopo quel bacio io son fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole. Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia. Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione. O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne’ nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte.
Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire. – O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago. Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l’Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir
sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane.
Illusioni!
grida il filosofo. – Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia!
Illusioni! ma
intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedel.

Alla Musa – Giuseppe Parini (1796)

Te il mercadante, che con ciglio asciutto
Fugge i figli e la moglie ovunque il chiama
Dura avarizia nel remoto flutto,
Musa, non ama.

Né quei, cui l’alma ambiziosa rode
Fulgida cura; onde salir piú agogna;
E la molto fra il dí temuta frode
Torbido sogna.

Né giovane, che pari a tauro irrompa
Ove alla cieca piú Venere piace:
Né donna, che d’amanti osi gran pompa
Spiegar procace.

Sai tu, vergine dea, chi la parola
Modulata da te gusta od imíta;
Onde ingenuo piacer sgorga, e consola
L’umana vita?

Colui cui diede il ciel placido senso
E puri affetti e semplice costume;
Che, di sé pago e dell’avito censo,
Piú non presume;

Che spesso al faticoso ozio de’ grandi
E all’urbano clamor s’invola, e vive
Ove spande natura influssi blandi
O in colli o in rive;

E in stuol d’amici numerato e casto,
Tra parco e delicato al desco asside;
E la splendida turba e il vano fasto
Lieto deride;

Che ai buoni, ovunque sia, dona favore;
E cerca il vero; e il bello ama innocente;
E passa l’età sua tranquilla, il core
Sano e la mente.

Dunque perché quella sí grata un giorno,
Del giovin cui diè nome il dio di Delo,
Cetra si tace; e le fa lenta intorno
Polvere velo?

Ben mi sovvien quando, modesto il ciglio,
Ei già, scendendo a me, giudice fea
Me de’ suoi carmi: e a me chiedea consiglio:
E lode avea.

Ma or non piú. Chi sa? Simíle a rosa
Tutta fresca e vermiglia al sol che nasce,
Tutto forse di lui l’eletta sposa
L’animo pasce.

E di bellezza, di virtú, di raro
Amor, di grazie, di pudor natio
L’occupa sí, ch’ei cede ogni già caro
Studio all’oblio.

Musa, mentr’ella il vago crine annoda
A lei t’appressa; e con vezzoso dito
A lei premi l’orecchio; e dille, e t’oda
Anco il marito:

«Giovinetta crudel, perché mi togli
Tutto il mio D’Adda, e di mie cure il pregio,
E la speme concetta, e i dolci orgogli
D’alunno egregio?

Costui di me, de’ genii miei si accese
Pria che di te. Codeste forme infanti
Erano ancor, quando vaghezza il prese
De’ nostri canti.

Ei t’era ignoto ancor quando a me piacque.
Io di mia man per l’ombra e per la lieve
Aura de’ lauri l’avviai ver l’acque
Che, al par di neve

Bianche le spume, scaturir dall’alto
Fece Aganippe il bel destrier che ha l’ale:
Onde chi beve io tra i celesti esalto
E fo immortale.

Io con le nostre il volsi arti divine
Al decente, al gentile, al raro, al bello:
Fin che tu stessa gli apparisti al fine
Caro modello.

E se nobil per lui fiamma fu desta
Nel suo petto non conscio, e s’ei nodria
Nobil fiamma per te, sol opra è questa
Del cielo e mia.

Ecco già l’ale il nono mese or scioglie
Da che sua fosti, e già, deh ti sia salvo,
Te chiaramente in fra le madri accoglie
Il giovin alvo.

Lascia che a me solo un momento ei torni;
E novo entro al tuo cor sorgere affetto,
E novo sentirai dai versi adorni
Piover diletto:

Però ch’io stessa, il gomito posando
Di tua seggiola al dorso, a lui col suono
De la soave andrò tibia spirando
Facile tono:

Onde rapito, ei canterà che sposo
Già felice il rendesti, e amante amato;
E tosto il renderai dal grembo ascoso
Padre beato.

Scenderà in tanto dall’eterea mole
Giuno, che i preghi de le incinte ascolta;
E vergin io de la Memoria prole,
Nel velo avvolta,

Uscirò co’ bei carmi; e andrò gentile
Dono a farne al Parini, italo cigno,
Che, ai buoni amico, alto disdegna il vile
Volgo maligno».

Alla Luna – Giacomo Leopardi (1820)

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

Giacomo Leopardi
1819-1820